Alcune riflessioni sull’orientamento a margine degli Esami di Maturità 2024
Ora che gli Esami di Stato 2024 si sono conclusi, sempre più maturandi guardano con curiosità e interesse alle loro prospettive future. Da sempre, l’università rappresenta lo sbocco naturale per chiunque porti a termine un percorso di studi liceale, ma anche per chi sta uscendo ora da curricola scolastici tecnici o professionali. Ma siamo davvero sicuri che il tema dell’orientamento agli studi universitari riceva la giusta attenzione?
Orientamento: il punto di vista delle Scienze dell’educazione
Dal punto di vista pedagogico, non c’è argomento maggiormente delicato dell’orientamento. Risulta opportuno partire da un dato di fatto: la nostra è una società iper-complessa, dove le identità sociali sono sempre più rimesse in discussione. Ciò possiamo imputarlo a vari fattori: anzitutto, la precarizzazione di massa del mercato del lavoro, il conseguente mismatch tra domanda e offerta occupazionale e le sempre maggiori difficoltà a definire un proprio senso di appartenenza (specie tra le generazioni più giovani). Da tutto questo ne deriva una generale confusione al momento della scelta della carriera universitaria più adatta. E di certo non si sostiene qui alcuna assurdità nell’osservare che sempre più studenti, ogni anno, fanno richiesta di passaggi di carriera, di rinunce agli studi o di stravolgimenti dei propri piani di studio nel tentativo di trovare il proprio posto nel mondo mentre si è ancora “in corsa”.
La realtà scomoda che nessuno vuole accettare, ma che da tempo ormai è sotto gli occhi di tutti, è che la scuola non detiene più il monopolio delle informazioni. Pensiamo, ad esempio, al sempre maggiore ruolo di internet, dei social o di nuove tecnologie (come le AI generative) nel reperire informazioni e conoscenze. Tutto ciò non può che portare ad una sempre maggiore necessità di fornire agli studenti e alle studentesse delle reali competenze per l’orientamento e il ri-orientamento continuo nel loro percorso di studi e di vita.
Detto in soldoni?
Tutti ne parlano di continuo e c’è sempre qualcuno che sembra saperne di più di qualcun altro. Ma cosa vuol dire davvero orientamento? Le Linee Guida per l’Orientamento, emanate dal Ministero dell’Istruzione e del Merito nel dicembre 2022, lo definiscono nei termini seguenti:
L’orientamento è un processo volto a facilitare la conoscenza di sé, del contesto formativo, occupazionale, sociale culturale ed economico di riferimento, delle strategie messe in atto per relazionarsi ed interagire in tali realtà, al fine di favorire la maturazione e lo sviluppo delle competenze necessarie per poter definire o ridefinire autonomamente obiettivi personali e professionali aderenti al contesto, elaborare o rielaborare un progetto di vita e sostenere le scelte relative.
Dis-orientamento
A onor del vero, la definizione fornita dal MIM è abbastanza da manuale di Pedagogia Generale del primo anno di Scienze dell’Educazione. Nonostante l’ampio interesse del Ministero per questo tema, la realtà delle nostre scuole ci racconta infatti ben altro. Docenti che vivono i famigerati PCTO (Percorso delle Competenze Trasversali e Orientamento) più come un noioso adempimento di intralcio alla lezione classica, che come un vero momento formativo. Studenti che, soprattutto al Meridione, svolgono le tanto discusse ore di tirocinio nei posti più sperduti, senza un reale collegamento alla loro carriera futura. Genitori che fanno scrivere le relazioni finali dei PCTO – teorico momento apicale del processo di orientamento scolastico dei loro figli – a Chat GPT per togliersi la scocciatura.
E l’università in tutto questo? Qual è il ruolo di un ateneo come la D’Annunzio nella sfida dell’orientamento agli studi nel mondo di oggi? Al netto di sporadiche (e piuttosto miserevoli) iniziative di open day con gli studenti del quinto anno di scuola superiore (perlopiù gestite da studenti universitari volenterosi) o di saltuarie visite di baroni accademici nelle classi scolastiche, non sembra che il tema interessi davvero qualcuno.
Si è perfettamente consapevoli di stare muovendo un’accusa forte al nostro ateneo. Ma, con valore di prova, basti considerare questo: alla voce “orientamento” del sito dell’università c’è un unico link, che rimanda al catalogo dell’offerta formativa dell’università. Come se uno studente di 19 anni non fosse perfettamente in grado da solo di navigare sul sito di ateneo e di verificare l’offerta didattica disponibile. Non un questionario attitudinale. Servizi di tutoring e di consulenza attivati in modo disomogeneo.
Una conclusione e una speranza
In una scuola sempre più tristemente in difficoltà rispetto alle sfide dell’orientamento alla carriera e al percorso di vita di migliaia di studenti e studentesse; con una realtà universitaria sempre più gelidamente distante da questi temi; parlare, come fa il MIM, di un orientamento inteso come “processo volto a facilitare la conoscenza di sé, del contesto formativo, occupazionale, sociale culturale ed economico di riferimento, delle strategie messe in atto per relazionarsi ed interagire in tali realtà” diventa quasi utopia. Tuttavia, mi rifiuto di concludere queste poche righe con l’amaro in bocca. Sta ora ai ragazzi e alle ragazze che il prossimo settembre si immatricoleranno pretendere di più. Sta ai cittadini di domani chiedere una scuola e un’università che davvero aiutino gli studenti a trovare la propria strada. Che li formino, che li accompagnino, non limitandosi alla “visita del dottore” tra i banchi delle classi quinte.
Un altro orientamento è possibile, è auspicabile, è doveroso.
Simone Forcucci

