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Una poltrona che scotta: il Comune di Chieti nella bufera

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Il Sindaco è “costretto a dimettersi”, a farlo cadere la propria maggioranza. Ma cosa (o chi) c’è dietro la strategia dei”cinque ribelli”?

“Immobilismo” è una delle parole chiave che descrive al meglio l’attuale politica dell’amministrazione teatina. “Bagarre” potrebbe esserne un’altra se guardiamo gli atteggiamenti recenti di alcuni personaggi politici del colle.
Se non si approva il bilancio, si va a casa e si torna al voto.
Così, cinque indomiti ribelli della maggioranza disertano: il capogruppo forzista Marco D’Ingiullo, Maura Micomonaco, Emiliano Vitale, Maurizio Costa ed Elisabetta Fusilli.

Lo scenario si complica. Il Sindaco è “costretto” a dimettersi. A farlo cadere la propria maggioranza. I cinque esultano. Di Primio, in conferenza, parla di alcune pressioni ricevute; nel frattempo il rischio di lasciare un comune in dissesto economico è sempre più vicino.
Ma cosa può portare la maggioranza a sfiduciare il principale esponente nonché sindaco della città?
Dicono, i cinque, di disertare per i circa 50 lavoratori precari della Teateservizi, società di servizi del Comune di Chieti.

Nel frattempo…

Nel frattempo, gli asili nido non riaprono; i mancati finanziamenti per le scuole; circa 50 lavoratori della Teateservizi (società al servizio del comune) restano precari dopo i numerosi tagli compiuti dal socio unico; le strade continuano a degradarsi; l‘aumento della Tari (immondizia); tarriffe del 50% più alte sullo sport; per non parlare dell’enorme ricorso alle anticipazioni di cassa (circa 20 milioni di euro).
Queste le argomentazioni di chi si è pronunciato contrario al voto per l’approvazione del bilancio.

«O atteggiamento costruttivo, oppure continueremo a disertare le sedute!».

Il Sindaco si autosospende dal partito. La maggioranza cade. Il Consiglio Comunale salta e il bilancio non viene approvato.  “Per fortuna”, direbbe l’opposizione.

Ma, stando alle parole dei cinque forzisti dissidenti, le colpe di quest’immobilismo politico hanno nome e cognome. Il Sindaco Umberto Di Primio, sulla poltrona da 9 anni e l‘assessore al Commercio Carla Di Biase. Quest’ultima, fiutato il pericolo, si è messa in fuga verso le disciplinate braccia di Fratelli d’Italia con la benedizione del Presidente Marsilio. Per lei “i cinque” chiedono le dimissioni.
Poi, l’ingresso in scena dell’assessore regionale Mauro Febbo.

Mauro Febbo, assessore regionale alle Attività Produttive

Ecco adesso la via della “bagarre”: si oscurano tutte le reali problematiche (come discutere un bilancio oggettivamente disastroso) e l’assessore Febbo, da vero condottiero, forte del suo bacino elettorale del 10 febbraio scorso, affronta a viso aperto Di Primio. Un teatro che, tra ribellioni, litigi di famiglia e personalismi vari, sposta completamente l’attenzione del dibattito politico.

“Se qualcuno pensava di farmi cambiare idea con il ricatto della domenica sera, meglio che cambi città”

Le parole del Sindaco poco dopo la proclamazione delle dimissioni.

Giovanni D’Amico, “amministratore per un mese”

Un dibattito politico che sembra però aver dimenticato un punto importante da cui potrebbero nascere nuove ipotesi: le dimissioni inaspettate (forse non troppo) dell’amministratore unico della Teateservizi, Giovanni D’Amico ad appena un mese dalla nomina. La migliore figura manageriale in circolazione, dall’ottimo profilo accademico ed occupazionale, che dura solo un mese.
Le motivazioni, da lui riportate, sono legate alla sua attività professionale, per cui non gli resterebbe tempo visto l’impegno notevole che richiede la partecipata. Per alcuni invece, queste ragioni sembrano inverosimili. Andrebbe considerata più che altro la cattiva gestione da parte del socio unico, il Comune di Chieti, colpevole, secondo i consiglieri di opposizione, dei troppi tagli e di alcune scelte assurde.

Se fosse solo un interesse personale per D’amico, ovvero quello di non sporcare con una società in fallimento il proprio eccellente curriculum, sarebbe troppo banale (ma non scontato).
Ma, scartata l’ipotesi personale e delle responsabilità legate al ruolo assegnato, resta quella relativa alle pressioni che proprio il Sindaco ha menzionato sibillino durante l’ultima conferenza stampa.

Quali sono le reali ragioni dietro a questo “Dramma” comunale?

Che sia stato Febbo, ormai più forte di Di Primio all’interno del partito, ad aver isolato il sindaco attraverso i cinque ribelli della maggioranza (che risultano tra i più votati delle ultime elezioni comunali) potrebbe essere una spiegazione valida. Alla base potrebbe esserci il tradimento di Di Primio sulla candidatura alla presidenza in Regione con la quale cercò di sorpassare a destra lo stesso Febbo ( e Fabrizio Di Stefano). Ma il tutto continua ad avere un sapore banale, anche perché Di Primio cambiò idea sulla candidatura.

“Men che meno posso accettare la viltà di chi si nasconde dietro un dito e tira pietre”

Sempre il Sindaco sul finire della conferenza stampa

Resta un’ultima ipotesi: i ricatti e la figura “fugace” dell’amministratore D’Amico. Forse troppo qualificato, l’esperto manager si era accorto che l’inadempienza della Teateservizi fosse il risultato della mancata riscossione delle imposte sui servizi. Ideologicamente, gli interessi di un partito come Forza Italia poco corrispondono con la classe lavoratrice e i circa 50 precari potrebbero rappresentare solo un mero pretesto per Febbo e i suoi.

Quindi, cosa ha realmente spinto la maggioranza a sfiduciare Di Primo?

Strategia politica? Effettivamente, una volta approvato il bilancio (disastroso) dal commissario, i “cinque ribelli” potranno lavarsene le mani e uscirne indenni.
Tradimento politico sulla candidatura alle regionali? Febbo si sarà legato al dito il gesto di Di Primio sulla presidenza in regione, ma se così fosse, il tutto continuerebbe ad avere un sapore banale, riducendo il dibattito politico ad un gioco di vendette personali.
La vicenda sembra impantanarsi in scarichi di responsabilità. Che nessuno abbia voluto caricarsi dei probabili licenziamenti? Dell’aumento delle tasse? Degli enormi ricorsi alle anticipazioni di cassa? Queste sembrano domande che implicitamente donano risposte.

Oppure il ricatto che il Sindaco dice di aver subito riguarda gli interessi elettorali del partito? Interessi che potrebbero arrivare proprio dagli insolventi che hanno portato al disastro la società Teateservizi (un bacino elettorale più ampio e più coerente rispetto ai 50 lavoratori che il partito di centro destra dichiara di avere a cuore). Il dubbio verrebbe proprio dalle premature dimissioni dell’amministratore D’Amico. E se D’Amico avesse messo le mani sulle mancate riscossioni e si fosse accorto che l’unica soluzione per rivalutare la società fosse appunto il recupero delle imposte mancanti?


Del resto questa è l’Italia che abbiamo imparato a conoscere dove “far pagare le tasse” può diventare la proposta più impopolare per l’elettorato, dove, per pretesto, la destra si appoggia a sinistra (la difesa dei 50 lavoratori a rischio licenziamento) e dove quella che è un’abitudine del tutto “italiana”, l’insolvenza regna sovrana. 

Romboweb Giornale studentesco universitario
Claudio Tucci


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