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Una “banda di affaristi”: così svuotavano le casse dell’Unidav

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Contratti, timbri e firme false; ecco come agivano gli affaristi dell’Unidav, la telematica abruzzese

«Qua ognuno si deve apparare il culo suo, per il momento il magistrato dovrà dire: quei 30 mila euro sono scomparsi»

Le parole di uno degli indagati verso il figlio

Continuano le indagini portate avanti dai Carabinieri e Finanzieri dei rispettivi Comandi Provinciali di Chieti, in collaborazione con i colleghi svizzeri, rumeni, slovacchi e maltesi. L’Operazione Minerva, innescata da un esposto firmato da Luigi Capasso (presidente della fondazione d’Annunzio), porta alla luce storie di riciclaggio e auto-riciclaggio di denaro, di contratti, timbri e firme false.

Così svuotavano le casse dell’Unidav

Timbri e firme false, documenti contraffatti lasciati sui tavoli di un bar, giri di telefonate ambigue allo scopo di ingannare anche l’impiegata della banca. Così agivano gli indagati dell‘Operazione Minerva sulle casse della telematica Unidav di Torrevecchia Teatina, riuscendo a sottrarre fondi per quasi 900 mila euro. Ad attestare le azioni illecite della “banda di affaristi” sono le carte dell’inchiesta coordinata dal procuratore capo di Chieti Francesco Testa e dal sostituto Giancarlo Ciani.
La regia delle operazioni illegittime, secondo il giudice Isabella Maria Allieri, è stata la manager toscana Lorenzina Zampedri, 64 anni, ex componente del consiglio di amministrazione dell’Unidav (attualmente rinchiusa nel carcere delle Vallette a Torino).

«Ma guarda che delinquente è questa»

Diceva al telefono Tommaso Marvasi, all’epoca presidente del Cd’A della telematica

I fatti non danno torto alle parole del Marvasi. Rilevante, infatti, è l’operazione con cui Zampedri e i suoi complici «si appropriavano della somma di 350 mila euro prelevandola dalle casse dell’Unidav». Gli indagati, a questo punto, hanno effettuato il maxi bonifico a favore di una holding con sede a Malta, la Eduworld, di cui Zampedri era socia.

Il contratto in questione: quest’operazione, secondo le indagini, è avvenuta sotto «un contratto falso» con il quale la telematica si impegnava a pagare alla società non meglio precisate prestazioni relative alle «attività di internazionalizzazione dell’università».

A dimostrazione dell’infondatezza del contratto è il timbro Eduworld; scrive il giudice: «Il timbro Eduworld posto in calce al suddetto contratto è risultato essere stato materialmente realizzato in epoca successiva al primo agosto 2016, data del documento».
Del resto, anche l’allora presidente Unidav Luciano Vandelli e il direttore generale Fausto Gennuso non avevano mai visto il contratto in questione, «né un tale documento era presente nel registro informatico dell’ateneo; allo stesso modo, non risultavano attività effettuate dalla Eduworld in favore dell’Unidav tali da giustificare l’importo di 350 mila euro».

Un contratto “da bar”

Sempre secondo la ricostruzione fatta dall’inchiesta, il suddetto contratto venne lasciato in un bar da Antonio Cilli (ora ai domiciliari), e poi ritirato dall’impiegata di banca (che ha curato la pratica) «solo a distanza di tre mesi dal bonifico e solo su insistenza di quest’ultima».
Poi, la rivelazione che conferma i fatti. A parlare questa volta è il responsabile della comunicazione istituzionale dell’Unidav (dipendente anche di una scuola gestita dalla manager toscana. «Ricordo che Zampedri mi chiese di predisporre un timbro della Eduworld che prima non esisteva. Fui proprio io, il 6 ottobre del 2017, a inviare una e-mail a una litografia di Roma con allegata la versione definitiva del timbro. Timbro che venne consegnato, con fattura emessa il 23 ottobre del 2017, peraltro mai onorata».

In poche parole, il contratto è palesemente falso in quanto il primo agosto del 2016 (data di sottoscrizione del documento) non vi era alcun timbro. Ma, stando all’accusa, anche la firma in calce è falsa poiché poco leggibile e «non so dire se corrisponda alla mia», ha ammesso l’ex presidente Vandelli.

Quei “30mila euro scomparsi”

«E che può succedere?»

«Eh che può succedere…una rogatoria internazionale ci può stare, vanno ad acchiappare…cioè non è che l’arrestano per 30mila euro, però possono rompere il c.»

Prosegue il dialogo tra padre e figlio indagati nell’Operazione Minerva

Qui entra in scena un altro personaggio finito agli arresti in seguito alle indagini: Ciro Barbato, ex presidente del Cd’A dell’Unidav, 68 anni, napoletano residente in Romania. Il Barbato viene arrestato insieme ad Antonio Trifone (legale della Zampedri) e Luigi Salesi, imprenditore di Anzio, ora ai domiciliari. Le accuse, a vario titolo, nei loro confronti sono di peculato, riciclaggio, autoriciclaggio e abuso d’ufficio.

Altro nome eccellente presente tra gli indagati, è quello dell’ex rettore Franco Cuccurullo. Quest’ultimo è sotto accusa per la nomina di Cilli a professore straordinario a contratto; una nomina da oltre 2500 euro al mese che, secondo carabinieri, finanza e procura, è illegittima.

Redazione Romboweb Giornale Studentesco Universitario
Claudio Tucci


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