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Siamo tutti Charlie Brown

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A 65 anni dalla prima vignetta di Shulz, si riflette sull’impatto dei Peanuts nella società di massa e sulla motivazione del loro successo.

Il film dei Peanuts sorge da un’idea di Craig Shulz (figlio del “papà di Snoopy”) che affida la regia a Steve Martino, già osannato da pubblico e critica per L’era glaciale 4, sfrutta appieno le nuove tecnologie della grafica digitale e riesce a rendere più dinamiche e affascinanti le sfide di aviazione tra Snoopy e il Barone Rosso, suo “avversario” nato direttamente dall’immaginazione del bracchetto dall’irresistibile risata, i cui racconti si caratterizzano per l’incipit letterario “Era una notte buia e tempestosa…”. Parallelamente alle avventure dello Snoopy scrittore, sempre accompagnato dal fido uccellino giallo Woodstock, si svolgono quelle di Charlie Brown e dei suoi amici. Charlie, invaghito della “ragazza dai capelli rossi”sempre citata ma quasi mai mostrata nelle vignette, riuscirà ad attirare tutte le simpatie del pubblico,che si rispecchierà nell’eterna sfortuna e imbranataggine del bambino dall’inizio fino alla conclusione costituita da un finale inaspettato.
Tra le differenze rispetto al fumetto, risulta evidente una minore intensità della vena malinconica di Charlie: malgrado non si sia persa la profondità originaria, questa soluzione è stata dettata dalla volontà di rendere il film piacevole anche ai più piccoli, così da rappresentare un trait-d’union tra i bambini di oggi e gli adulti nostalgici.
Il mondo dei Peanuts (“noccioline”, ma anche “piccolezze”) riesce ad essere la metafora della vita. Dietro l’apparente semplicità dei disegni si nasconde una profonda caratterizzazione psicologica dei personaggi. Sono messe in scena, seppur con ironia, problematiche rilevanti come i tormenti dell’infanzia e le inquietudini esistenziali, peraltro rappresentate da Lucy e dalla sua”consulenza psichiatrica”, direttamente dal chioschetto da cui la ragazzina vende la limonata a 5 cent. Non a caso gli adulti sono assenti dalla narrazione: se nei fumetti sono soltanto accennati  (o disegnati solo dalla vita in giù e senza mostrare mai il loro viso) , nel lungometraggio la loro voce è sostituita da un brontolio incomprensibile. Questa assenza esprime il “disadattamento” degli adulti alla vita, le cui difficoltà possono essere spesso affrontate soltanto ricorrendo all’innocenza, all’altruismo, alla solidarietà e all’immaginazione di cui solo i bambini, nella loro “normale” quotidianità, sono i “custodi”.
A partire dal 1950 la fortuna dei Peanuts è stata oggetto di una progressiva escalation, fino a “superare i confini terrestri”: durante la missione spaziale Apollo 10, gli astronauti statunitensi hanno ribattezzato la loro navicella Charlie Brown e il modulo lunare Snoopy. Nell’ambito psicologico è nota la cosiddetta “sindrome di Linus“: la coperta del ragazzino è considerata il simbolo degli “oggetti transizionali” da cui i bambini non vogliono separarsi per non essere traumatizzati dalla realtà esterna e oggettiva.
Questo film di animazione, in grado di soddisfare i gusti sia di coloro che preferiscono vignette e balloons, sia dei cultori delle trasposizioni cinematografiche, evidenzia come Charlie Brown e i suoi amici riscuotano così successo poiché rispecchiano i dubbi, la malinconia e le problematiche del reale, conservando la leggerezza  e l’incanto dell’ innocenza infantile.
L’importanza del genio di Shulz, che il film mette bene in evidenza, è stata notata anche da Umberto Eco, che ha affermato: <<Se “poesia” è far scaturire da eventi di ogni giorno, che siamo abituati ad identificare con la superficie delle cose, una rivelazione che delle cose ci faccia toccare il fondo, allora, una volta ogni tanto, Shulz è un “poeta” >>.

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