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L’Arrivista racconta: una realtà troppo stretta per una mente senza confini, la vita di Dino Campana

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Il senso di immobilità che divora, l’incapacità di reagire agli scossoni e alle spinte della vita, l’anima di Dino Campana rifiutava il mondo esterno nascondendosi nella sua mente

Dino Campana

Il senso di immobilità che divora, l’incapacità di reagire agli scossoni e alle spinte della vita, l’anima di Dino Campana rifiutava il mondo esterno nascondendosi nella sua mente per non dover raccogliere il dolore che lo circondava.
L’allontanamento totale e definitivo da parte dell’artista nei confronti dell’intero mondo fu irreversibile, la sua malattia lo costrinse alla prigionia di un manicomio che lo privava della realtà e della sua poetica, che non riusciva a tenere il passo delle sue turbe psichiche.

Dino Campana nasce nel 1885 nella provincia di Firenze e nonostante sembri crescere in un ambiente neutro, privo di grandi traumi, fin dall’adolescenza sarà tormentato dai turbamenti psichici: in questi anni subì vari e piccoli internamenti in diversi manicomi del nord Italia. I piccoli ricoveri generarono in lui una forte necessità di fuga, viaggiare e scoprire posti lontani gli permetteva di avere il controllo della sua mente e sue azioni. La sua poetica prende il via da una forte volontà di concretezza, il suo ideale era riuscire a manifestare una poesia in grado di rispecchiarsi nei grandi artisti del passato. Molto spesso, però, i suoi versi erano impregnati della voracità, dell’impermeabile ritmo dei suoi pensieri che divoravano la forma e, nei casi più tardi, anche il contenuto.
La sua poesia tragica è superstite della notte della sua anima, lui stesso si autodefiniva “poeta notturno”, piena di ombre e di improvvisi bagliori di senso che si alternano alla trascrizione pratica delle sue ansie, che sembrano rincorrere per tutti i suoi versi un senso tangibile.

“Nel viola della notte odo canzoni bronzee.
La cella è bianca, il giaciglio è bianco.
La cella è bianca, piena di un torrente di voci che muoiono nelle angeliche cune,
delle voci angeliche bronzee è piena la cella bianca. Silenzio: il viola della notte:
in rabeschi dalle sbarre bianche il blu del sonno.
Penso ad Anika: stelle deserte sui monti nevosi: strade bianche deserte: poi chiese di marmo bianche: nelle strade Anika canta: un buffo dall’occhio infernale la guida, che grida. Ora il mio paese tra le montagne.
Io al parapetto del cimitero davanti alla stazione che guardo il cammino nero delle macchine, sù, giù. Non è ancor notte; silenzio occhiuto di fuoco:
le macchine mangiano rimangiano il nero silenzio nel cammino della notte.
Un treno: si sgonfia arriva in silenzio, è fermo: la porpora del treno morde la notte: dal parapetto del cimitero le occhiaie rosse che si gonfiano nella notte: poi tutto, mi pare, si muta in rombo: Da un finestrino in fuga io? Io ch’alzo le braccia nella luce!! (il treno mi passa sotto rombando come un demonio).”

“Sogno di prigione”, Canti Orifici, 1910, Dino Campana

Il costante rincorrere l’affannoso senso del ritmo che ricopre questa poesia, rappresenta la stesura a parole del sogno del poeta, un “Sogno di prigione” alla disperata ricerca di una via di fuga che lo accolga e lo culli dandogli tregua.

Dal 1918 verrà internato nel manicomio di Castel Pulci dove poco a poco perderà la capacità di trascrivere le sue fantasie in poesia: tutto quello che rimane di questo periodo è la testimonianza del suo psichiatra Carlo Pariani che, trascrivendo i loro dialoghi avvenuti durante le loro sedute, pubblicò su di lui un libro nel 1938.
I Canti Orfici, la sua opera più importante, sono caratterizzati dalla presenza di due manoscritti, in quanto il primo venne smarrito dagli editori che avrebbero dovuto pubblicarlo. Questo costrinse l’autore a riscrivere interamente il testo basandosi sulla sua memoria; dopo anni la prima copia originariamente smarrita venne ritrovata, dimostrandosi essere una primitiva e grezza stesura rispetto alla grandezza della seconda e definitiva copia.

Da anni ormai la legge Basaglia ha determinato la chiusura di tutti gli ospedali psichiatrici in Italia (1978), restituendo ai pazienti il loro diritto di cittadinanza nel rispetto della loro umanità, un punto di partenza in grado di migliorare notevolmente i percorsi di cura e riabilitazione nella vita sociale di donne e uomini.
Oggi il vecchio manicomio di Castel Pulci, vecchio edificio di perdizione per Dino, ospita una scuola di magistratura, uno spazio che un tempo rappresentava privazione, mancanza e desolazione emotiva adesso è luogo di apprendimento e crescita per le nuove generazioni, l’istruzione come punto di partenza per un futuro diverso, in grado di riscattare il passato.

Redazione Romboweb – Michela Mazzaferro


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