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L’Arrivista racconta: Hong Kong la regione divisa tra autonomia e dipendenza

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Hong Kong è una regione amministrativa speciale (RAS), che dal 1997 è sotto il controllo della Cina e la sua autonomia è legalizzata dal Basic-Law, uno statuto che ne determina l’indipendenza fino al 2047, basato sulla norma di “Un paese, due sistemi”

Hong Kong

I caratteri cinesi 爱国 àiguó tradotti letteralmente in italiano significano “Amare la patria”, nel processo di traduzione, però, subiscono una sintesi che li racchiude nella parola “patriottismo”. Una traduzione approssimativa che male esprime il suo vero significato, il suo valore emotivo e simbolico che è cruciale per tutti coloro che “amano l’attuale repubblica cinese”.

Dietro la fasulla maschera del patriottismo il governo cinese cela la mancata capacità e volontà di accettare che un’importante parte della popolazione possa distinguersi politicamente, culturalmente e socialmente da quella che è l’omologazione che il Partito Comunista prevede.
L’applicazione della norma “Un Paese, due sistemi”, infatti, è più ideale che pratica: il governo centrale di Pechino ha il diritto di eleggere il Governatore di Hong Kong, eliminando le elezioni cittadine, secondo la dichiarazione congiunta sino-britannica del 1984 (che ha determinato il ritorno della ex-colonia britannica alla Cina). Ad Hong Kong la magistratura è slegata dalla politica cinese e la stampa è libera, ma l’assenza del suffragio universale rende la democrazia un ideale lontano. Solo la metà dei rappresentati del potere legislativo sono eletti dal popolo, la totalità del potere esecutivo è invece stabilita dal governo pechinese, determinando una forte impronta filo-cinese nella gestione della regione.

Hong Kong

A partire dal 2014, in molti tra i più giovani hanno manifestato contro la mancata libertà elettiva, rivendicando l’esigenza del suffragio universale e invitando la comunità tutta a ragionare su ideali democratici. Una richiesta che deriva dal mancato senso di espressione politica e dell’insito desiderio di distaccarsi definitivamente dalla Cina.

La “rivolta degli ombrelli” è la prima manifestazione ad Hong Kong ad aver spinto migliaia di giovani a scendere in piazza per la democrazia. Così chiamata perché un ombrello giallo era la loro sola difesa dai lacrimogeni e dallo spray urticante usato dalle forze dell’ordine. Un ombrello giallo sia arma che scudo, un ossimoro che descrive la stessa situazione della regione: autonoma ma dipendente.
In risposta ai moti e alla diffusione degli ideali rivoluzionari dei giovani hongkonghesi, nel marzo del 2019 il governo centrale di Pechino ha emanato una proposta di legge per la Sicurezza Nazionale. La normativa, approvata nel mese di giugno nel 2020, autorizza il governo cinese alla composizione di un ufficio per la sicurezza nazionale al di fuori della giurisdizione locale, nel tentativo di prevenire gli atti di sovversione e terrorismo.

Le ombre di una evidente repressione dell’opposizione politica rendono ancora una volta, protagonista il governo centrale cinese: una legge tanto severa quanto vaga, che determina rischi elevati per chiunque voglia prendere parte a manifestazioni, l’unico obiettivo è scoraggiare i moti avviati negli anni precedenti.

Hong Kong

Il solo utilizzo e riconoscimento come lingua principale del cinese cantonese da parte di Hong Kong, preferito al cinese mandarino, è visto come un grave insulto alla cultura di Pechino.
Pensare di poter limitare le culture popolari, la diffusione di nuovi ideali e la diversità di pensiero a favore dell’incondizionato amore per la patria in quanto solo organo statale è impensabile ed alienante.
La multiculturalità è conoscenza e arricchimento, non dovrebbe essere vista come un pericolo all’integrità.

Redazione Romboweb – Michela Mazzaferro


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