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L’Arrivista racconta: gli Uiguri, un silenzio durato decenni

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Una repressione che si fonda su azioni violente del passato, su una paura che ha globalmente influenzato un sentimento di timore nei confronti delle religioni islamiche, il presente degli Uiguri si può capire solo cercando nella storia passata.

Foto di Eric Lafforgue

Svegliarsi la mattina alle otto, bere una tazza di thè, chiudere gli occhi e convogliare tutti i propri pensieri nella preghiera. Sono una ragazza uigura e per me, pregare dopo aver fatto colazione non è mai così semplice. Sono uigura e da quando ne ho ricordo non ho mai avuto la libertà di esprimere e manifestare la mia fede, sono cresciuta con l’esigenza di nascondere, o almeno di non ostentare, la mia religione e le tradizioni che i miei genitori mi hanno insegnato. Se dimentico di essere una cittadina cinese prima di essere uigura, vengo punita.
Vivere tutti i giorni con la consapevolezza che ogni proprio passo sarà seguito, questa è la realtà che ogni componente dell’etnia uigura vive da più di dieci anni nella regione dello Xinjiang in Cina.
Spesso si ignora che le azioni del presente invece di rimanere ferme nel tempo determinano il futuro, ogni singola decisione sarà la causa di un effetto che si manifesterà. Gli scontri avvenuti tra polizia cinese e uiguri, un mercoledì pomeriggio di luglio, se osservati singolarmente non suggeriranno molto, ma se, invece, esaminati in correlazione alla paura che i primi atti terroristici (degli anni duemila) scatenarono nel governo centrale cinese, sarà più semplice dedurre che durante quel semplice pomeriggio estivo del 2009 prendeva vita lo scontro che, più di tutti, avrebbe dettato le dinamiche della politica repressiva della Cina nello Xinjiang. Per il governo centrale cinese l’esistenza di un grande gruppo etnico musulmano, pari al 46% della popolazione totale dello Xinjiang, risultava essere un fattore di rischio che non poteva essere ignorato. Il terrorismo, gli scontri violenti tra i vari gruppi etnici e tra uiguri e polizia ha fatto sì che negli anni si istaurasse un regime di persecuzione violento e fuori da ogni rispetto dei diritti umani.
L’etnia degli Uiguri appartiene a una realtà etnica turcofona, di religione islamica, che diversamente dagli altri gruppi religiosi che si spostarono dal nord-ovest dell’Asia verso l’est, rimase nella regione dove si erano instaurati: nello Xinjiang, la regione più a nord-ovest della Cina.
La base dell’accanimento politico nei loro confronti si muove sull’esigenza della Cina di mantenere intatta la stratificazione sociale, in tutte le forme e le categorie, il primo degli obiettivi di ogni cittadino deve essere lo Stato e la sua amministrazione. La cultura di religione musulmana degli uiguri è fortemente in contrasto con la politica nazionalista del governo cinese che sembrerebbe considerare la diversità sinonimo di impurità e pericolo.

La repressione

Fin dai primi accenni di controllo politico l’attenzione è stata riservata nei confronti delle donne uigure che sono state rese sterili contro la loro volontà, sia temporaneamente con l’assunzione di pillole anticoncezionali, che definitivamente tramite operazioni chirurgiche. Totale è stato, ed è ancora, il controllo sulle nascite assicurato da visite ginecologiche obbligatorie e periodiche che hanno come scopo l’interruzione delle gravidanze. Secondo la Convenzione per la prevenzione e punizione del crimine del Genocidio è colpevole di questo reato chi «impone misure con lo scopo di prevenire le nascite all’interno di un gruppo etnico e non».
Le giovani donne non hanno diritto di esprimere la loro volontà, non hanno facoltà decisionale sul proprio corpo e sul proprio futuro, il parere dei possibili genitori è superfluo, non viene preso in minima considerazione come se le loro vite appartenessero al governo cinese. L’aspetto più preoccupante è la quotidiana segregazione che vissuta anche durante l’infanzia convince giovani donne e uomini che la repressione e la violenza siano aspetti insiti della realtà. Abitua le future generazioni a una vita a senso unico, che davanti ad un mondo nero elimina la possibilità dell’esistenza di altri colori.
Denunciare soprusi e maltrattamenti risulta impossibile: la regione dello Xinjiang è perennemente sotto stretta sorveglianza, i suoi abitanti sono tenuti ad aprire le porte della propria abitazione a qualsiasi rappresentante ufficiale dello stato, sia di giorno che di notte, mentre fuori dalle proprie abitazioni ogni loro spostamento è seguito e tracciato attraverso l’utilizzo di telecamere a circuito chiuso che troneggiano dall’alto dei lampioni delle città. Soltanto negli ultimi tre anni, attraverso inchieste giornalistiche e indagini da parte dell’ONU, sono emerse le reali condizioni di vita e di prigionia che questa minoranza etnica e altre subiscono. Una delle più prove più importanti è quella portata alla luce nel 2019 dal New York Times: riguarda la pubblicazione di più di 400 documenti ufficiali che descrivono le azioni della Cina contro le minoranze etniche musulmane, dalle violenze all’affermazione dell’esistenza e dell’uso di «campi di detenzione contro il terrorismo, le infiltrazioni e il separatismo».

I campi di detenzione

E’ stata dimostrata l’esistenza di circa 380 campi di detenzione attraverso lo studio di immagini satellitari della regione dello Xinjiang da parte dall’Austrialian Strategic Policy Institute, sono costruiti tutti in corrispondenza di fabbriche industriali, ciò coinciderebbe con le parole dei pochi testimoni che unanimemente hanno accusato il governo cinese di imporre i lavori forzati. Queste ricerche sono successive allo studio del 2017 dell’istituto di ricerca di geopolitica Jamestown Fondation che sostiene l’esistenza dei campi dal 2014 e che attualmente la popolazione che li abita corrisponda a più di un milione di cittadini. Chi viene arrestato e rinchiuso all’interno dei campi non ha la possibilità di sostenere un processo giudiziario imparziale, i motivi che portano alla pena detentiva sono vari e riguardano soprattutto l’adesione alla religione musulmana: coloro che non bevono alcolici, non mangiano carne di maiale e che lasciano crescere la propria barba sono soggetti a persecuzioni e detenzione, chi porta avanti la propria fede islamica è colpevole.
Pechino nega l’esistenza di campi di prigionia per il lavoro forzato sostenendo che le strutture in questione siano istituti basati su “programmi di rieducazione volontaria” che mirano ad eliminare il terrorismo islamico con l’indottrinamento degli individui che professano fede musulmana.
All’interno dei campi, infatti, i prigionieri sono costretti ad imparare la cultura cinese e a rinnegare la propria, obbligati ai lavori forzati e a subire torture se contrari ad eseguire gli ordini imposti. Dopo aver completato la “trasformazione culturale”, e dopo aver cambiato totalmente il loro modo di vivere, non sono ugualmente liberi di uscire in quanto è previsto un secondo livello incentrato sull’ammaestramento lavorativo, lo scopo è quello di renderli conformi alle esigenze del Partito Comunista cinese. L’annientamento della capacità fisica e critica di questa etnia rappresenta il barbaro tentativo di scardinare totalmente dalle menti di queste popolazioni un’ipotetica autonomia, la forte indole indipendentista degli uiguri deve essere repressa ed eliminata, per evitare qualsiasi futura ripercussione.
Solo le testimonianze di civili scappati dalla prigionia (una delle prime quella di Abdusalam Muhemet riportata dal New York Times) e le inchieste giornalistiche hanno messo in chiaro più aspetti di questa persecuzione politica.

La testimonianza di Abdusalam Muhemet

Tra le prime testimonianze ad esser stata resa pubblica c’è quella di Abdusalam Muhemet: con l’aiuto del New York Times ha dato voce alle sue esperienze, ai suoi ricordi che per due mesi e mezzo sono stati costruiti in un campo di detenzione dello Xinjiang.
Con chiarezza delinea la sua vita da detenuto precisando che fin dall’inizio la violenza e l’annientamento del pudore personale erano stati lo scopo e i mezzi dei funzionari penitenziari: «Un campo di rieducazione è un luogo dove viene umiliata la fede, l’identità e la dignità umana attraverso la persecuzione. Gli educatori provenienti da diverse agenzie ci hanno insegnato a denunciare la nostra religione e dire che essa non è quello che abbiamo pensato che fosse. Il loro scopo è stato quello di farci rinnegare la nostra fede, la nostra cultura, la nostra lingua». Le sue lucide considerazioni alimentano le ipotesi formulate da chi cerca di ricomporre la verità di soprusi subiti da centinaia di migliaia di uomini. La forza del governo cinese sta nella segretezza, nella capacità di mantenere ogni singolo aspetto al di fuori di ogni evidenza; le stesse pratiche eseguite all’interno dei campi hanno come obiettivo la totale sottomissione mentale e fisica dei detenuti. L’intento del governo cinese sembra essere quello di raggiungere un livello di persuasione talmente alto da estraniare gli uomini dalle proprie volontà e consapevolezze, al fine di renderli finalmente fedeli cittadini entusiasti di soddisfare le esigenze della ritrovata patria.
Si tratta di azioni politiche perpetuate negli anni e rimaste silenti, oscure al resto del mondo che con un occhio chiuso ignorava e ignora tutt’oggi una realtà che va contro qualsiasi diritto umano.

Uiguri
Foto di Eric Lafforgue

Il Parlamento europeo, in data 16 dicembre 2020, ha firmato una “Proposta di risoluzione” nei confronti della Cina condannando le dinamiche che avvengono all’interno della regione dello Xinjiang: «Accuso i leader europei di codardia, leader sollecitati un anno fa ad agire per chiudere questi campi, cosa fanno da un anno? Niente di niente! Se questi leader ignorano la risoluzione che stiamo votando oggi, se rifiutano di sanzionare i leader cinesi la storia li giudicherà complici di contro l’umanità e noi prima di essa», queste le parole di Raphael Glucksmann parlamentare europeo pronunciate precedentemente all’approvazione della “Proposta di risoluzione”.
Gli accordi finanziari continuano, così come le polemiche dal Parlamento Europeo che condanna e accusa ma continua a stringere la mano alla violenza.

Redazioe Romboweb – Michela Mazzaferro


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