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Erri De Luca parla agli studenti della d’Annunzio

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Erri De Luca ospitato nel contesto di un progetto seminariale denominato Hospes//Hostis, offre spunti per riflettere sugli ostacoli che oggi un uomo in terra straniera incontra per poter vivere.

“Io, da ragazzo, facevo il muratore e giravo la sabbia a mano, mica c’erano i macchinari moderni…ecco giustificata la mia presenza qui oggi, tra gli ingegneri.” 

Così si presenta al pubblico Erri De Luca invitato dai ragazzi dell’E.S.A.P (Associazione studenti di Ingegneria di Pescara) presso l’università di Pescara nell’ambito del progetto HOSPES//HOSTIS che si propone di ideare nuove soluzioni per quella che viene definita una “cultura urbana dell’integrazione”, intesa come accoglienza all’interno del tessuto cittadino dello straniero-immigrato.
Intervento di poche parole, come del resto essenziale, scarna, breve, è la sua prosa di scrittore che ama rimarcare il proprio apprendistato da autodidatta: “Non ho mai frequentato l’università io” ripete “non so rispondere alle vostre domande.” De Luca non propone soluzioni o consigli, ma narra storie: rievoca i vincoli di ospitalità che nell’antichità imponevano la migliore accoglienza per lo straniero, ricorda come un tempo si usava non prendere le mani dell’arrivato da un lungo viaggio ma lavargli i piedi, distrutti da fatiche usuranti per noi impossibili da immaginare, e racconta viaggi biblici a paradigma dei flussi migratori di oggi, rimarcando con attenzione l’importanza di chiamare questi imponenti spostamenti di uomini “flussi” e non “ondate”, perché le ondate minacciano, i flussi portano beneficio, donano linfa vitale.
Poi, un contrasto stridente: i nostri viaggi verso le Americhe in cerca di fortuna avvenivano su grandi navi, attraversare per un tempo infinito l’Oceano non era un pericolo, e l’accoglienza che ricevevamo a destinazione non è paragonabile a quella che ricevono oggi gli Africani che, se sono fortunati a sopravvivere dopo un viaggio tanto breve quanto disumano, approdati in terra italiana si trovano senza un diritto rinchiusi in autentici campi di concentramento, “viaggiatori importuni che occupano i nostri posti anche quando siamo seduti e loro viaggiano in piedi”, come scrive un poeta brasiliano. Che cosa conta qui l’osannato progresso, lo sviluppo della nostra epoca, dei nostri paesi? Dov’è l’umanità elogiata delle nostre carte di diritti universali piene di parole inattuate? De Luca rimarca a più riprese la necessità, oggi più che mai, di recuperare la coincidenza fra il piano delle parole e quello delle azioni. 
Lo scrittore ascolta gli interventi di chi gli chiede “Perché c’è tanta ipocrisia qui da noi?”, “Che consigli dai ai giovani per contribuire a migliorare la condizione dello straniero?”, “Che cosa pensi dello scarso interesse nazionale per la formazione di insegnanti di italiano a stranieri?”, e si limita ad accennare segni di approvazione: nessuno riceve risposta, nemmeno un ragazzo nato in Nigeria che riflette: “Perché nel pensiero comune un immigrato ruba il lavoro, mentre sono giustificate le multinazionali come Shell ed Eni che estraggono il petrolio nella mia terra e si arricchiscono al posto del mio paese? Non pensa lei che qui manchi una giusta informazione?” Erri conferma che sì, l’informazione in Italia è tra le peggiori nel mondo: i nostri giornali non scrivono la verità.
Una ragazza parla a nome di un gruppo di giovani aspiranti scrittori nato da poco a Sulmona che vorrebbero da lui consigli su cosa fare, in qualità di scrittori, per un gruppo di 18 immigrati che a breve sarebbero giunti in città tra le polemiche di alcuni cittadini. Risposta: “Imbandite una tavola di vivande, ascoltate le loro storie, accoglieteli con il sorriso.
Alessia Esposito

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