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Dalle origini a Non essere cattivo: la grandezza di Claudio Caligari

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Dal cult Amore Tossico al candidato all’Oscar Non essere cattivo: una retrospettiva su Claudio Caligari, l’outsider del cinema italiano.

Caligari
Marginalità è la parola chiave: ai margini della società vivono i personaggi dei tre film del cineasta piemontese, ai margini della grande distribuzione le sue pellicole e confinato ai margini era lo stesso Claudio Caligari, rispetto ad un establishment cinematografico che gli ha permesso di realizzare soltanto tre film nell’arco di 32 anni.
Affermare che Non essere cattivo sia stato la concessione di qualcuno sarebbe un falso storico, dal momento che la pellicola è stata realizzata soltanto grazie alla produzione (e al cuore) dell’amico Valerio Mastandrea (grande estimatore del cineasta e protagonista in L’odore della notte) che, spinto dalle sue crude e toccanti parole (“Muoio come uno stronzo”e “ho fatto solo due film”) dopo la visita oncologica che gli ha diagnosticato un cancro aggressivo, ha lottato con l’amico per regalare agli amanti del cinema l’ultimo film di un grande autore.
Per quanto assolutamente godibile come opera in sé, anche senza conoscere Caligari e aver apprezzato i due precedenti lavori, credo sia privo di senso parlare di Non essere cattivo senza un’adeguata visione retrospettiva a partire da Amore tossico e dal suo background pasoliniano.
I protagonisti di At, come Caligari ironicamente chiamava la propria opera negli anni di Et, appartengono a quel sottoproletariato della provincia romana. La “mutazione antropologica” di pasoliniana memoria non è avvenuta per Cesare, Ciopper, Michela e gli altri protagonisti e il mondo in cui rifuggono l’alienazione di una Ostia priva di prospettive è quello dell’eroina. Lo stile di vita è quello del tossicodipendente le cui giornate hanno un solo obiettivo: ottenere altra droga, con ogni espediente.
A detta dell’autore la scelta del tema è stata piuttosto naturale: la “roba” negli anni ’70 si è diffusa su larghissima scala, offrendo una via di fuga illusoria dalla miseria e tagliando le gambe ad una generazione di giovani ribelli (anche per questo è sempre stata largamente tollerata).
Lo sguardo di Caligari non appare patetico, paternalista, drammatico o in qualsiasi modo edulcorato, ma è neorealista allo stato puro: non c’è bisogno di morale finale, non c’è bisogno di giustificazioni alle azioni dei personaggi, e la dimensione della tossicodipendenza viene mostrata con un taglio documentaristico in ogni aspetto (buona parte del cast viene realmente dalle strade e dal mondo della brown sugar), persino in quelli che possono sembrare divertenti. Anzi, per la stessa volontà dell’autore, Amore tossico è in alcuni tratti un “film comico sull’eroina” e alcune scene sono ormai cult.
Tornando alla presenza di Pasolini, sembra impossibile dimenticare il simbolico finale-omaggio: l’overdose di Michela sotto il monumento commemorativo del poeta ad Ostia, nel luogo che fu fatale all’intellettuale (cosa che Cesare e Michela, ovviamente, ignorano e che segna uno spettacolare scarto rispetto all’omaggio fastidiosamente didascalico di Nanni Moretti in Caro diario).
Dal 1983 (anno di At) al ritorno in regia di Caligari passano ben quindici anni e il suo secondo film, L’odore della notte vedrà la luce soltanto nel 1998. Tratto dal libro Le notti dell’arancia meccanica di Dido Sacchettoni è ispirato alle vicende della “banda dell’Arancia Meccanica”, una banda di rapinatori che seminava terrore nella Roma-bene, e vede come protagonisti gli allora giovani e misconosciuti Valerio Mastandrea, Marco Giallini e Giorgio Tirabassi.
Nonostante le vistose influenze di Pierre Melville e Martin Scorsese (Taxi driver è citato in un paio di scene) lo sguardo è più che mai neorealista, con un elemento di straniamento che richiama a Brecht : il protagonista Remo Guerra (Mastandrea), al contrario dei compagni di scorribande, non avrebbe bisogno di rapinare ricchi borghesi romani per vivere, essendo, almeno fino ad un certo punto, un poliziotto.
Quel che Remo soffre è la contraddizione di una società con le sue disparità e vive il suo ruolo con estrema conflittualità: ciò nonostante continua fino alle più estreme conseguenze, fino all’inevitabile sconfitta che si profila nel momento stesso in cui la banda decide di alzare il tiro e fare una rapina a mano armata in casa di un importante politico democristiano.
Il film non ebbe mai un grande successo nonostante sia palese, guardandolo ai giorni nostri, l’influenza che ha avuto sull’estetica di lavori osannati come Romanzo Criminale.
Al termine di questa digressione si può tornare a Non essere cattivo con una maggiore cognizione di causa: prodotto a 32 anni da Amore tossico, nei giorni del quarantesimo anniversario della morte di Pasolini, è in tutto e per tutto una pietra tombale. 
Il film è ambientato nella stessa Ostia di At ma nel 1995: è cambiata la generazione, la “mutazione antropologica” operata dalla società capitalistica è arrivata ad un punto di non ritorno e anche le droghe e il rapporto con queste è cambiato. Cesare e Vittorio, i due protagonisti, sono pur sempre due ragazzi ai margini, ma in maniera diversa: passano la vita tra spaccio e consumo di droghe sintetiche e cocaina, vita notturna, corse in auto, donne e tutti gli eccessi che la società di consumo permette tacitamente per evadere almeno per una notte dall’alienante vita provinciale. La sequenza iniziale del gelato, identica a quella di Amore Tossico, mostra già da sola questo scarto: al contrario della scena citata, la droga c’è (due pasticche di Ecstasy) e una macchina con cui dare inizio ad una serata di follia pura.
Gli effetti psichici e fisici dell’abuso di droghe sintetiche e cocaina sono mostrati con la solita precisione chirurgica: Caligari si concede nelle sequenze più “psicotrope” un taglio espressionistico (senza mai cadere però nella vuota spettacolarizzazione iperrealista) che rende più che mai reale la condizione dei due personaggi, dall’esaltazione da droga all’altra faccia della medaglia, la down da sostanze e l’ansia, la paranoia costante e la dissociazione.
Nessun dettaglio è stato trascurato, dai volti scavati e le occhiaie fino alla psiche.
Reduci dall’after,  i personaggi tornano alle misere vite: Cesare che vive con la nonna e la nipotina malata di AIDS e Vittorio con una vita vuota, che sente di voler cambiare.
Tra rapine, espedienti e spaccio racimolano quei soldi per rimanere a galla, finché Vittorio prova a cambiare vita lavorando. Tra allontanamenti, ricadute e preoccupazione l’uno per l’altro in quel rapporto autentico che nemmeno il degrado e le droghe sono riuscite a rovinare, la vicenda prosegue fino al punto di rottura: la morte della nipotina di Cesare.  Un evento tragico che avviene proprio nel momento in cui Cesare, trascinato da Vittorio e dalla nascente relazione con Linda, una ex dell’amico, stava provando a cambiare vita.
Cesare si farà fatalmente trascinare, nonostante la vicinanza di Viviana (un’ex di Vittorio), in un traffico di eroina che lo porterà al tragico epilogo.
Non essere cattivo è il frutto di una riflessione artistica durata trent’anni, il punto di epilogo di una generazione “pasoliniana” ormai estinta in due linee di tendenza (quelle rappresentate in Amore tossico e L’odore della notte) che si congiungono nell’ultima opera di Caligari in un’unica e vana ricerca di un edonismo usa-e-getta e totalmente privo di coscienza (non è qui, la triste novità), ma anche e soprattutto della primordiale innocenza dei Ragazzi di vita.
A questa splendida pellicola seguono diversi titoli di coda: quelli di una generazione che con la perdita di innocenza, autenticità e senso di comunità lasciano in eredità nient’altro che vuoto e quelli della vita e della parabola artistica di Claudio Caligari, l’ultimo erede di Pasolini e del suo Accattone.
Se “la morte non è nel non poter comunicare, ma nel non poter più essere compresi” e se “quando sai comunicare sei pericoloso”, come dissero rispettivamente maestro e allievo, spero di aver reso  con questo articolo anche un briciolo di giustizia alla pericolosità di un grande regista.

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