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Considerazioni inattuali su Houellebecq

Pensieri da lettura e metabolismo di “Sottomissione”

Charlie

Prima di cominciare bisogna che tutti abbiano un’idea di “Sottomissione”: le vicende sono ambientate in un’ipotetica Francia del prossimo decennio, un paese privo di certezze in cui prenderà piede la Fratellanza musulmana, partito politico diretto dall’abile e moderato Mohammed Ben Abbes e deciso a portare avanti una linea riformista basata sulla sharia.

In questo terremoto politico e sociale vive il protagonista François, professore alla Sorbona e studioso di Huysmans, per molti versi un personaggio tipico nella produzione letteraria di Houellebecq: un uomo prossimo ai 50 anni, disilluso, depresso, con relazioni sociali e sentimentali sempre più scarne e difficoltose.
Pur trattandosi di un romanzo distopico e palesemente provocatorio, alcuni elementi sono tanto realistici rispetto all’uomo occidentale dei giorni nostri da risultare alquanto disturbanti: il reflusso (eterno ritorno) verso forme politiche filofasciste (rappresentato dall’exploit del Front National) e verso forme di religiosità abbastanza integraliste da coprire ogni vuoto.
La capacità di queste ultime è quella di rinnovare il proprio linguaggio adattandosi allo spirito del tempo per sembrare altro agli occhi del cittadino comune, favorita da quel mix letale di miopia e accondiscendenza opportunista di chi, in una situazione sociale potenzialmente pericolosa, si preoccupa soltanto di rendere vivibile i pochi metri quadrati a propria disposizione.
In tale contesto la lotta politica del romanzo graviterà intorno a due poli: quello fascista-identitario e la Fratellanza islamica, che grazie alla linea moderata otterrà l’appoggio di un partito socialista in decadenza, risultando la prima forza di opposizione.

Chiedersi quanto il contesto in sé possa essere realistico sarebbe come provare ad agitare una bacchetta di legno recitando parole in latino dopo aver letto Harry Potter: riduttivo e a dir poco inutile.

La forza dell’opera è altrove e risiede nella messa a nudo della volontà di sottomissione e i suoi perversi meccanismi: con un andamento in parallelo la Francia e in seguito François abbracceranno la direzione politica di Ben Abbes.
Le ragioni, meravigliosamente sottintese, sono rappresentate dall’opportunismo e da quel costante desiderio di fuga dalla libertà sapientemente descritto da Erich Fromm: l’Islam è in questo senso totalizzante e fornisce una direzione e delle strutture consolidate ad una vita (quella di François) e un paese in crisi.
In questo processo verranno coinvolte tutte le istituzioni, tra cui la stessa università Sorbona, islamizzata e diretta da Rediger, intellettuale affascinato dall’autoritarismo islamico, in cui trova ordine e un significato, nonché la possibilità di ingenti finanziamenti dal mondo arabo.
Nulla nel nuovo ordine è lasciato al caso, nemmeno la superficiale e abulica vita sentimentale di un uomo persuaso di aver già vissuto “il meglio”: perché scegliere e soffrire per amore quando si può arginare alla radice il “problema” di un rapporto paritario e avere il proprio harem? 
Abbracciare la sharia è la risposta che diventa sempre più nitida agli occhi di François, l’unica in grado di dargli l’opportunità di “una seconda vita, senza molto nesso con la precedente” (usando le sue stesse parole): qui lo stridente parallelo è proprio con l’amore di gioventù Huysmans, intellettuale di cui il protagonista “rivive” i momenti cardine dalla sterile ribellione di Controcorrente fino al ritiro nell’abbazia di Igny e la conversione al cattolicesimo.
Chiudiamo con un’inquietante coincidenza: la rivista Charlie Hebdo dedicò proprio in quel tragico 7 gennaio 2015 la copertina allo scrittore, dal momento che Sottomissione usciva nelle librerie francesi in quel giorno. 
Finché l’esser Charlie comporta l’adesione ad una libertà d’espressione socialmente accettata e sapientemente recintata, Charlie lo si è tutti, nascondendo in fondo al cassetto le proprie nevrotiche riserve del caso.
La domanda scomoda che ne consegue è: quanto saremmo stati Charlie Hebdo senza una stantia abitudine alla parola libertà? E quanto invece, per corollario, l’essere Charlie torna facilmente ad essere un lusso da sacrificare senza troppi rimpianti per qualche “sicurezza”?

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