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Chieti, piazza San Giustino: coprire o mantenere? Uno studio di architetti dal Veneto riaccende il dibattito

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“C’è tanto potenziale, ma manca l’organizzazione e la pubblicità”, a parlare è Sarah Urbani, architetto di Venezia, che ha lanciato la sua proposta per la riqualificazione di Piazza San Giustino

Chieti, piazza San Giustino

Quanto un progetto come il vostro potrebbe essere importante e quanta ricchezza, dal punto di vista culturale, potrebbe apportare?
«Quello che voi avete è un vero e proprio prodotto, un prodotto culturale. Se quella parte viene collegata a tutte le cose storiche che ci sono nella città, le persone sanno che non vengono a Chieti solo per vedere una cosa, ma ci sono tante cose. Vengono per visitare un percorso storico e culturale. Noi italiani siamo abituati a dare tutto ciò per scontato, ma ti assicuro che per gli stranieri quello che abbiamo è pazzesco. Poi, però, quando ce lo dicono noi rispondiamo “Eh si, è nostro”, ma dirlo non basta».

Era un’abitudine trascorrere le domeniche pomeriggio passeggiando per il centro storico di Chieti alta con i miei nonni. Ricordo principalmente corso Marrucino, il Caffè Vittoria in cui la fermata era d’obbligo, e prima di arrivare al Museo archeologico di Villa Frigerj (nota soprattutto come Villa comunale) spesso percorrevamo la deviazione per Largo Giambattista Vico, dunque via San Paolo per poi arrivare ai Tempietti Romani ed alla Biblioteca provinciale De Meis. Ogni strada e stradina era accompagnata da un monumento, un museo o un edificio di importanza storica e da ognuno di questi era possibile osservare come Chieti fosse una città piena di vita, storia e cultura a portata di tutti. Bastava uscire di casa e farsi una passeggiata per imparare qualcosa di nuovo o rivivere un’emozione legata ad un angolo di questa città magica. Purtroppo, non è stato così. Con i miei nonni o con i miei genitori Chieti l’ho vissuta davvero pochissimo. “Qui non c’è niente” sentivo dire ai miei compagni di liceo che tutti, o quasi, hanno deciso di migrare al nord per l’Università. “Qui non ci sono opportunità per noi giovani”, continuavano. Oggi Chieti la conosco bene, ho deciso di frequentare lì l’Università e spesso sento il bisogno di godermi la città. Porto con me un libro e scelgo un angolo tranquillo dove poterlo leggere. A dire il vero, ogni volta scopro qualcosa di nuovo: una chiesa mai vista prima, un vicolo nel quale non ero mai passata o semplicemente modi diversi di chiamare una piazza o una zona. Ho compreso appieno l’importanza storica e artistica della città, mi sono immersa nei musei archeologici per conoscerne le origini e mi sono lasciata guidare da chi, più esperto di me, ha saputo raccontarmela. Non tutto, però, è riconoscibile a prima vista e molti monumenti sono davvero nascosti, quasi abbandonati. Se la bellezza di questa città è coperta da un velo, e questo velo bisogna squarciarlo, non è altrettanto facile riportare vitalità per le strade. Le attività storiche sono diverse e contribuiscono a donare un’atmosfera particolare lungo il Corso, ma nel resto della parte alta della città le insegne levate e le vetrine vuote sono davvero troppe. Si contano più saracinesche abbassate che quelle alzate.
E il dibattito intorno alla situazione teatina ha raccolto pareri lontani dal capoluogo abruzzese: la giovanissima Sarah Urbani, architetto di origine veneta, ha deciso di lanciare una proposta per la riqualificazione, partendo da Piazza San Giustino. Il suo progetto è stato postato sulla pagina Facebook dello studio per cui lavora – il SAWA architettura e interior design di Venezia e Verona – che ha subito tenuto a precisare che si tratta di un puro esercizio di stile che tiene conto dei rinvenimenti del passato. «Il nostro Studio di Architettura e Progettazione ha seguito con interesse e curiosità gli sviluppi sugli scavi archeologici in Piazza San Giustino e le diatribe sulla realizzazione di una piazza dallo stile moderno a copertura dei rinvenimenti. Abbiamo pensato di cimentarci in un puro esercizio di stile per dare forma ad una nostra idea di Piazza che possa piacere a tutti nell’estetica e nel desiderio di conservare la visibilità e fruibilità dei rinvenimenti»: questa l’intenzione che accompagna l’illustrazione della vera e propria idea progettuale. Insomma, questi architetti non teatini vogliono veicolare un messaggio ben preciso: se si vuole si può!

Ciao Sarah, ho visto la vostra proposta per il progetto, come siete venuti a conoscenza della riqualificazione della piazza?
«Noi dello studio abbiamo un amico delle parti vostre e un giorno per telefono mi ha parlato della questione di Piazza San Giustino. Io sono laureata in Architettura, costruzione e conservazione quindi capisci che per me, a prescindere dall’età di un monumento, è importante mantenerlo. Allora, mi è venuta l’idea, anche solo per lanciare un messaggio: se si vuole si può».

Nel tuo progetto c’è una parte del sito che viene lasciata a vista. Qual è?
«Si, è la parte dove è stato rinvenuto il pozzo. Mi sono concentrata su quella parte perché è quella in cui gli scavi si sono soffermati. È stata ritrovata la testina di Venere, per esempio. Ecco: questa è la prova che lì sotto qualcosa c’è. Ho visto anche il progetto del Mazzella e il mosaico che dovrebbe trovarsi lì. Ci sarà o non ci sarà il mosaico, oggi?»

Volendo lanciare una provocazione al comune di Chieti, se si potesse, li aiutereste “prestando” la vostra idea?
«Purtroppo sono cose che comportano del tempo. Ci sono bandi e le procedure sono complicate. Non possiamo arrivare noi e fare il progetto. Sono sicura che ci sono tanti bravi professionisti che hanno a cuore la questione che possono fare lo stesso. La mia è stata solo una provocazione. Ho voluto mostrare ciò che potrebbe diventare, anche a livello culturale». 

Se si dovesse procedere con l’iniziale progetto di riqualificazione, quindi non tenendo conto dei ritrovamenti, come ci rimarresti?
«Io dico sempre che quando c’è qualcosa di storico è importante mantenerlo. Non perché è antico, allora non è riconoscibile. Se vado dal medico è perché io non so curarmi, non avendone le competenze. Ognuno ha la propria professione. Se un cittadino qualunque va al museo e vede un’opera, certo, può sapere chi è l’autore, ma sicuramente dovrà essere guidato per comprenderla appieno. Per questo lasciare l’antico può anche essere uno spunto per creare dei percorsi, delle guide, qualcosa che spieghi alle persone cosa stanno guardando».

Sei mai stata a Chieti? Se si, qual è stata la tua sensazione? 
«Si, sono stata a Chieti ma solo di passaggio. Ero diretta In Puglia, per vacanza. Mi ha colpito il potenziale della città, ma manca un centro vero e proprio. L’ho trovata un po’ confusionaria».

Cosa manca, secondo te? 
«Una organizzazione, un centro da poter prendere come riferimento. A me piace mangiare bene, quindi innanzitutto direi bei posti dove potersi sedere, fare un aperitivo e godere di una bella visuale. Le cose che ti rimangono di un posto sono i momenti che vivi e le emozioni che senti. Chieti dovrebbe essere più coinvolgente. C’è tanto, ma non è ben pubblicizzato. Se stessi on-line, cercando un posto dove andare e Chieti fosse pubblicizzata bene, sicuramente attirerebbe la mia attenzione e verrei. Ma se un posto non ha un adeguato studio di marketing dietro, quello che c’è già non basta. Perché dovrei venire proprio lì per vedere qualcosa che è anche qui? È questo il punto. Oggi, su internet, ti sanno vendere anche l’aria. A Chieti c’è davvero tanto, non c’è solo aria». 

Se si riqualificassero la Piazza e la città, torneresti a visitarla?
«Certo, assolutamente! Verrei lì per stare lì, per visitare bene la città, non perché sono di passaggio».

Redazione Romboweb – Marzia Cotugno


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